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“Come Israele a messo a tacere i suoi contestatori della guerra di Gaza.”

di Akiva Eldar

23 settembre 2009

Adalat mostra in un nuovo rapporto come i tribunali e la polizia hanno tentato di sradicare l’opposizione all’Operazione Piombo Fuso: "Questo è tempo di guerra, e qualsiasi incidente danneggia il morale della gente."

Questa non era una frase in una rivista di destra, ma piuttosto una dichiarazione del rappresentante della polizia israeliana durante l’Operazione Piombo Fuso per cercare di convincere il Tribunale Distrettuale di Tel Aviv a bloccare i dimostranti contro la guerra provenienti dalla città.

Quasi nello stesso tempo, in un’audizione presso il Tribunale del Pretore di Haifa sull’estensione della custodia di minori, il giudice Gilad Moshe ha dichiarato: "Chiunque consenta critiche che denunciano lo stato ed appoggiano i suoi nemici, proprio mentre essi fanno piovere missili sui suoi cittadini, deve obbedire alle sue leggi e gli è senz’altro vietato di attaccare la polizia che giunge per imporre l’ordine. E’ simile ad una persona che sputa in un pozzo dal quale trae l’acqua che beve."

Ecco alcune perle contenute nel nuovo rapporto di Adalat: "Divieto di protesta – come le autorità preposte all’ordine limitano la libertà di espressione di coloro che si oppongono all’attacco militare a Gaza." Il documento, pubblicato qui per la prima volta, era stato scritto dai legali Abeer Baker e Rana Asali. Essi avevano esaminato ed analizzato centinaia di sentenze e di richieste di detenzione, intervistato dozzine di attivisti per i diritti umani che erano stati arrestati e minacciati durante l’attacco a Gaza, e documentato il comportamento del mondo accademico israeliano durante i momenti della verità dello scorso inverno.

Il rapporto di Adalat era stato completato pochi giorni prima che venisse diffusa la relazione Goldstone. Esso critica duramente lo scempio alla libertà di espressione e la mancanza di tolleranza per le proteste, in particolar modo se fatte da arabi israeliani, contro l’attacco alla popolazione civile di Gaza. Il documento rivela che i funzionari delle forze dell’ordine non avevano imparato nulla dai disordini dell’ottobre del 2000 e non avevano interiorizzato le raccomandazioni della Commissione Or.

Gli autori hanno scritto che mentre loro lavoravano al loro rapporto, il Presidente Shimon Peres aveva accettato la raccomandazione del precedente ministro della giustizia Daniel Friedman di concedere il perdono a 59 cittadini che avevano commesso reati penali durante le proteste contro il disimpegno dell’agosto del 2005. Il Presidente aveva precisato che i perdoni erano stati accordati per la comprensione per le proteste dei giovani, e per la consapevolezza che si trattava di un evento storico insolito.

Gli arabi ( e una manciata di ebrei) che protestavano contro i sanguinosi episodi che avevano tolto la vita a centinaia di persone non hanno ottenuto neppure una frazione di quella comprensione.

"In tutte le sentenze giudiziarie che abbiamo esaminato, le autorità non hanno mai citato il motivo della rabbia di chi si opponeva alla guerra," essi hanno dichiarato. "Le centinaia di morti, i feriti, la distruzione, la tragedia e lo scempio che l’esercito israeliano aveva riversato sugli abitanti di Gaza, non erano riportati da nessuna parte nelle sentenze di rinvio a giudizio. I detenuti venivano presentati come trasgressori della legge e criminali che avrebbero dovuto essere trattati duramente in conseguenza della "situazione", senza alcun legame con il clima politico della loro protesta."

La mobilitazione per la guerra è giunta alla Corte Suprema. Dei sette ricorsi presentati relativi alla carcerazione di persone sospette fino al completamento degli atti processuali, la Corte si è schierata dalla parte dello stato in ogni caso. Il giudice della Corte Suprema Asher Gronis, nella sentenza in favore della detenzione di un minore fino alla fine degli atti processuali, ha affermato: "Naturalmente, quando i tempi cambieranno, la questione delle carcerazioni verrà riesaminata." Ha poi aggiunto: "Quando dico 'cambiamento nei tempi’ mi riferisco alla fine dell’operazione militare nella Striscia di Gaza e alla riduzione delle violazioni nel Distretto Settentrionale."

I ricercatori fanno notare che la clausola del 'cambiamento nei tempi’ disgiunge la detenzione dalle circostanze del sospetto, e fa sì che questo divenga una questione del comportamento di una comunità. Essi rilevano che la legge della detenzione aveva lo scopo di fornire strumenti uniformi per quanto riguarda la revoca della libertà, senza fare distinzioni tra tempo di guerra e tempo di pace.

Detenzione come un obiettivo.

I ricercatori di Adalat hanno scoperto che, durante i combattimenti, le carcerazioni sono divenute un obiettivo in sé e di per se stesso. La polizia e l’ufficio del Procuratore di Stato si sono rifiutati con forza di prendere in considerazione perfino il rilascio di minori dalla situazione di fermo o da condizioni restrittive.

I rappresentanti dello stato hanno confermato che in effetti le detenzioni sono state progettate "per inviare un messaggio dissuasivo alla gente nel suo complesso e ai rivoltosi in particolare." Durante un'altra udienza per il prolungamento della custodia, essi hanno riconosciuto che questo tentativo era finalizzato a "dissuadere con forza i contestatori, trattenendoli in stato di fermo fino alla conclusione degli atti processuali al fine di trasmettere un messaggio alla gente, secondo il quale un comportamento di questo tipo è imperdonabile."

Tali osservazioni sono state fatte nel caso di un’istanza di detenzione che la Corte aveva ritenuto non essere suffragata da alcun elemento probatorio basato sui fatti. Fatto alquanto ironico, la polizia ha definito nuovamente le proteste contro la guerra come "un sovvertimento della pace."

La tendenza prevalente in tutto il mondo, compresa Israele, è quella di cercare di tener conto delle necessità, della salute e del benessere dei minori sottoposti a procedimenti legali. Nonostante ciò, durante l’Operazione, centinaia di minori hanno trascorso settimane dietro alle sbarre in attesa di un processo. Una revisione di diverse decisioni riguardanti la "detenzione giornaliera" mostra come la polizia ha gonfiato gli indizi contro i detenuti, per poter protrarre la loro carcerazione.

Ad esempio, il 29 dicembre 2009, il Tribunale per le Indagini di Hadera ha ricevuto un’istanza della polizia per trattenere in stato di fermo per altri sette giorni due persone sospettate di aver creato disordini e aver ostacolato la polizia nello svolgimento del suo servizio. Il rappresentante della polizia ha sostenuto che i sospetti avevano appiccato il fuoco a pneumatici, tirato sassi ai poliziotti e gridato che gli ebrei andrebbero uccisi. La corte ha ordinato di liberarli, affermando: "La richiesta di allungare la detenzione è infondata e gonfiata, e sarebbe stato meglio se alcuni dei commenti presenti nell’istanza non fossero mai stati scritti."

Con il pretesto del suo obbligo di sostenere la libertà di parola, in modo particolare nei momenti di conflitto, la polizia ha usato la forza per cercare di far tacere la protesta. Adalat ha trovato molte testimonianze che indicano come fosse un fenomeno diffuso quello di persone che venivano arrestate per il solo fatto che esse erano presenti a un fatto. Normali cittadini sono stati accusati di gravi infrazioni, hanno trascorso una notte in prigione e sono stati portati in tribunale ammanettati. Nel caso di molte veglie di protesta, è comparsa la polizia in gran numero e ha disperso il raduno con la forza, con il pretesto che quella dimostrazione era illegale. I testimoni denunciano con chiarezza che non tutte le proteste hanno la necessità di ottenere un permesso dalla polizia.

In alcuni casi, la polizia ha condizionalo la liberazione dei manifestanti a che loro non prendano più parte ad ulteriori proteste. La polizia ha utilizzato minacce più severe per disperdere veglie di protesta contro la guerra legali quando, in quella occasione, c’erano anche manifestanti di destra che esprimevano il loro sostegno all’Operazione. In questi casi, gli ufficiali di polizia hanno sostenuto che più di tre persone sono sufficienti per giustificare la dispersione della folla, dichiarare illegale la protesta e considerare tutti i partecipanti alla stregua di rivoltosi. Le proteste erano state disperse violentemente e talvolta i manifestanti hanno subito serie contusioni. Autobus in viaggio per le manifestazioni di protesta erano stati requisiti e costretti a tornare indietro.

Anche il Servizio di Sicurezza Generale dello Shin Bet è intervenuto per far tacere la protesta; la polizia ha citato gli attivisti, ma quanto questi sono arrivati alla stazione di polizia, sono stati interrogati dagli inquirenti dello Shin Bet. Alcuni attivisti hanno riferito di essere stati interrogati su questioni politiche dai loro inquirenti che avevano minacciato di perseguirli penalmente rendendoli responsabili di ogni violazione che si fosse verificata durante le dimostrazioni. Il Procuratore generale aveva sostenuto i metodi e le minacce usate dallo Shin Bet negli interrogatori, affermando che con ciò aveva inteso calmare l’atmosfera.

Il rapporto accusa gli intellettuali e gli accademici di essere rimasti a guardare durante le violenze perpetrate a Gaza e di aver legittimato gli arresti collettivi dei pacifisti. Solo pochi docenti hanno mostrato il coraggio di protestare pubblicamente contro l’operazione militare. Gli accademici che avevano contestato gli arresti collettivi dei giovani coloni, non si sono espressi contro i sospetti crimini di guerra dell’IDF e contro la carcerazione collettiva di manifestanti minorenni. Le istituzioni universitarie hanno appeso striscioni e fatto annunci sui giornali per esprimere il loro sostegno alla guerra. Essi sono rimasti a guardare mentre lo Shin Bet e la polizia caricavano gli studenti ebrei e arabi che contestavano l’Operazione.

Ad esempio, al culmine dell’Operazione, l’Università di Haifa ha rilasciato il seguente comunicato, nonostante i suoi numerosi studenti arabi: "Come gesto di solidarietà nei confronti dei soldati dell’IDF combattenti a Gaza e con gli abitanti del sud, l’Università di Haifa ha fatto della sua torre centrale una bandiera nazionale…..l’università non è una torre d’avorio ed è inseparabilmente legata alla comunità. Con questo gesto simbolico, essa esprime il suo grande apprezzamento per gli abitanti del sud ed il suo sostegno ai soldati dell’IDF."

Il Ministro risponde.

Il portavoce del Ministro della Giustizia ha risposto: "Durante l’Operazione Piombo Fuso ci sono stati gravi assembramenti e dimostrazioni aventi motivazioni nazionalistiche, accompagnate occasionalmente da disordini effettivi nei quali ci sono stati lanci di pietre e blocchi stradali e in taluni casi con pericolo per la vita umana e la salute pubblica, simili agli avvenimenti dell’ottobre del 2000 (anche se non sulla stessa scala e con la stessa intensità).

"Oltre agli sforzi della polizia per fare rispettare la legge e ristabilire l’ordine, l’azione giudiziaria ha ritenuto necessario rinforzare le misure per fare rispettare la legge e prevenire la diffusione del fenomeno. Ciò si è ottenuto rinforzando l’applicazione della legge con il reiterare la carcerazione fino alla conclusione degli atti giudiziari, sulla base dei motivi della detenzione (in primo luogo la pericolosità), e con il mettere in atto la legge al massimo per quanto riguarda i criminali, fatte salve le specifiche circostanze di ogni caso.

"Sentenze della Corte, dovute agli avvenimenti dell’ottobre del 2000, hanno imposto la reclusione dei dimostranti – inclusi i minori – che sono stati coinvolti in disordini aventi motivazioni nazionalistiche, che hanno rappresentato una minaccia per i passanti e per le forze di sicurezza, sulla base del pericolo specifico rappresentato da ciascun detenuto. La Corte Suprema in più di una occasione ha stabilito che una persona che lancia pietre ad agenti governativi che stanno cercando di ristabilire l’ordine o a passanti innocenti può continuare a mettere in pericolo la salute pubblica e perfino la vita umana.

"Che le azioni derivino da fervore ideologico ed abbiano luogo in grandi ed accesi assembramenti, le rende ancor più pericolose. Questo è un fenomeno che si sviluppa da sé. Una volta che è venuto a far parte del programma di quei dimostranti, la corte ha stabilito che la minaccia per la vita umana non può essere ignorata.

"Nei casi che riguardano la reclusione di minorenni, i procuratori verranno istruiti perché chiedano ai tribunali di dare inizio ai procedimenti giudiziali il più presto possibile e di occuparsi di quei casi in fretta."

(tradotto da mariano mingarelli)

[Adalat – Centro Legale per i Diritti della Minoranza Araba in Israele.]

[Shin Bet – Servizio di Sicurezza Generale per gli Affari Interni dello Stato di Israele.]


Articolo originale:
http://www.haaretz.com/hasen/spages/1116114





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