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Fulvio Grimaldi:
la guerra calda

"Le menzogne che diventano storia: la
statua
caduta
mondo arabo, questo
sconosciuto

conversioni spontanee
|
Come interpretano i veri esperti la situazione
attuale di occupazione
in Iraq? C'è davvero un convincimento totale che la guerra sia
vinta? Riportiamo una interessante analisi comparsa negli
USA su "Intervention Magazine" a firma di Stewart Nusbaumer, veterano
proveniente dalle "Scuole di Riconoscimento delle guerriglia"
organizzate dalle forze militari
statunitensi.
Un articolo di grande franchezza e concretezza
che spiega, più di ogni comunicato, la vera situazione in Iraq,
vista da un "esperto" dell'esercito della potenza
occupante.
Truppe USA intrappolate in Iraq
(di Stewart
Nusbaumer - traduzione Uruknet)
Secondo Rumsfield e Bush, la guerra
è finita, e sono
rimaste solo alcune sacche di criminali; secondo il veterano USA di
guerra che ha scritto questo articolo, la guerra non è finita,
ma solo tramutata in una guerra di guerriglia che gli USA
perderanno.
Sono passati due mesi da
quando il presidente Bush ha dichiarato, con grande risonanza e
autocelebrazione, la fine delle guerra in Iraq. Da quel momento, almeno
61 soldati USA sono morti e gli
attacchi iraqui alle nostre truppe stanno crescendo. Evidentemente, i
combattimenti non sono finiti, e qualcuno dice che sono solo all’inizio.
Ma che tipo di combattimenti?
Il New York Times ha scritto
che le truppe USA in Iraq stanno affrontando “una campagna organizzata
di guerriglia. Invece, alla domanda se i recenti assalitori di truppe
USA fossero
"guerriglieri", il Segretario alla Difesa Donald Rumsfield, ha
risposto: “non credo sia la parola giusta”. La parola usata da
Rumsfield era “criminali”. Il problema, secondo
Rumsfield, non è di guerriglia, ma di attività criminali.
Noi americani abbiamo
assistito a spettacoli di truppe calorosamente accolte come liberatori,
gli abbracci, i baci e tutto il resto, a rapidi giri vittoriosi nelle
SUV: salvo precipitare in una
informazione più corretta e bilanciata, apprendendo che i nostri
soldati vengono rabbiosamente uccisi come occupanti.
L’americano-tipo inizia a pensare che questa pace non sia del
tutto trasparente.
Il Presidente Bush sbaglia: la
guerra non è finita. Il Segretario alla Difesa sbaglia: gli
attaccanti non sono “criminali”. E’ invece una guerra di guerriglia. La
guerriglia
non ha bisogno di una giungla per funzionare, ma solo di spazi dove
nascondersi, luoghi da cui far partire gli assalti e dove ritirarsi.
L’ambiente urbano può essere ideale, e le
caotiche e labirintiche città iraqui certamente lo sono.
La fase iniziale di una guerra
di guerriglia normalmente include piccoli gruppi di combattenti,
proprio come quelli che stanno attaccando e tormentando le truppe USA
in Iraq. Eppure, Rumsfield li
definisce "criminali" anziché "guerriglieri" proprio per la
prevalenza di piccoli gruppi di fuoco. Un piccolo chiarimento, anche
per il confuso Rumsfield: i criminali uccidono per denaro, i
guerriglieri uccidono per politica. I soldati USA nelle zone di
combattimento non trasportano diamanti, né titoli azionari,
né fasci di banconote. Gli iraqui uccidono gli americani per
riprendersi il loro paese!
Guardando la resistenza armata
in Iraq, Rumsfield e Bush vedono solo disorganizzazione e azioni
scoordinate di bande straccione con scarso know-how militare. Nella
realtà, ciò che
considerano disorganizzazione ed approssimazione è in
realtà un altro tratto della tattica di guerriglia:
decentralizzazione.
Nella fase precoce un guerra
di guerriglia non è infrequente vedere un coordinamento centrale
labile e indefinito, poiché l'infrastruttura di comando rimane
sottosviluppata. D'altro
canto, la decentralizzazione ha il vantaggio di rendere difficoltosa
qualsiasi difesa da imprevedibili azioni di guerriglia, ed un
coordinamento limitato protegge efficacemente da una rapida
decapitazione dei livelli di comando del movimento.
Se Rumsfield riuscisse a
localizzare su una mappa l'Iraq, noterebbe che gli attacchi ai nostri
soldati hanno una forte caratteristica tattica della guerriglia:
colpire il nemico in un vasto spazio
geografico. Ciò obbliga l'occupante ad estendere le linee di
rifornimento e ne assottiglia le difese, rendendo le truppe vulnerabili
a piccole unità di guerriglieri d'attacco. La
Francia potrebbe ben illustrare queste tattiche, ma non sembra che
Rumsfield abbia un grande feeling con i francesi...
Infine, l'aumento e la
crescente frequenza degli attacchi sta facendo lievitare le nostre
perdite, anche in base alle sole cifre ufficiali. Il numero sempre
crescente di morti in questo periodo
cosiddetto post-bellico di attività criminale sta catturando
l'attenzione dell'occhio stupefatto dei media. Anche questa è
una tattica di buona guerriglia: portare il sangue delle forze
di occupazione nei notiziari della sera e nei titoli dei giornali, per
rendere il costo politico della guerra più pesante dei benefici
economici delle compagnie petrolifere. Bush dovrebbe
consultarsi con il suo collega texano Lyndon Johnson, che ha ben patito
questa tattica di guerriglia.
Ed è un vero peccato
che Rumsfield e Bush non abbiano fatto il Vietnam, perfetta scuola di
preparazione sul riconoscimento delle guerre di guerriglia. C'è
poi un'altra cosa che il
Vietnam ha insegnato molto bene: riconoscere quando stai affondando
velocemente in una palude senza speranza.
Certo non sorprende che gli
Stati Uniti debbano affrontare una guerra di guerriglia in Iraq. I tre
milioni di noi che hanno fatto scuola in Vietnam (io ero nel
contingente del 1967), oltre agli altri
milioni che hanno poi analizzato quella sanguinosa sconfitta, sarebbero
enormemente sorpresi di non vedere la nostra "vittoria" sfociare in una
guerra di guerriglia.
Spezzoni del partito Ba'ath
fuorilegge ed ex militari stanno costruendo una guerriglia organizzata,
ed anche elementi panarabisti da altri paesi si stanno unendo alle
forze irregolari, come è
successo anche in Bosnia, Cecenia e Afghanistan. I patrioti iraqui, non
tollerando che una potenza straniera gestisca (o cerchi di gestire) il
paese, salgono a bordo dell'inarrestabile movimento di
opposizione.
A Baghdad la temperatura
è intorno ai 38 gradi, ma ancora 4/5 della città sono
senza elettricità, o arriva a singhiozzo nel migliore dei casi.
I militari USA sono stati
efficacissimi nelle operazioni di distruzione della rete, ma nella fase
tecnica di riattivazione hanno clamorosamente fallito. Quando il
termometro raggiunge queste quote e non ci sono ventilatori,
allora addio sonno, addio cibo, addio sopportazione! Tutte cose che
spingono milioni di iraqui già oltraggiati a sostenere i
guerriglieri.
Il quadro sociale e logistico
della palude iraqui sta prendendo corpo: i negozianti si convincono a
guardare da un'altra parte, le madri nutrono i guerriglieri, gli
anziani offrono stanze libere ai
clandestini, e giovani abili e fieri chiedono di far parte dei
combattenti per la libertà. Alcuni hanno avuto parenti uccisi
dagli americani, mentre altri non hanno lavoro, ma molta
insoddisfazione verso le truppe USA. Il cemento della resistenza
nazionale sta maturando.
Escluso Fox News e politici
sprovveduti incapaci di riconoscere una guerra di guerriglia,
c'é qualcuno veramente sorpreso di scoprire che in Iraq ci sono
persone pronte a rischiare le proprie
vite per cacciare un occupante straniero? Forse i nazionalisti
americani non griderebbero "alle armi" in caso, ad esempio, di una
invasione francese degli USA? Dopo esserci liberati di un dittatore
alla John Ashcroft, noi americani tollereremmo i soldati francesi a
rubarci i nostri vitigni californiani? In letteratura la delusione
è interessante da leggere, ma in politica diventa
mortale.
Questa delusione circa una
guerra che ci dicono finita e vinta, con solo piccole sacche di
resistenza da parte di criminali che si oppongono alla liberazione che
dispensiamo, riconducono il pensiero
ad un altro Presidente tronfio ed un altro Segretario alla Difesa
confuso. Sia nel corso della nostra spirale negativa in Asia
sud-occidentale, che in quella sud-orientale, entrambi insistevano
nell'affermare di vedere "una luce in fondo al tunnel". Quella luce
risultò essere il bagliore proveniente dalla canna di un fucile,
sparato non da un "criminale" vietnamita, ma da un
"guerrigliero" vietnamita. E' la stessa luce sbagliata che vedono oggi
Rumsfield e Bush, e la stessa guerriglia farà credere alla
fantasia dei nostri leaders che abbiamo tutto sotto
controllo.
Per sfuggire (con onore,
ovviamente) da questa implacabile palude, il governo ha due opzioni.
Perché solo due?
Perché un volta che la
guerriglia è avviata con successo, una volta che il meccanismo
di supporto alla guerriglia ha stabilito solide basi nella popolazione
civile, una volta che i
giovani identificano la resistenza con il patriottismo, allora, per
usare il colorito linguaggio della Marina, "non puoi ricacciare il
maiale nella bottiglia".
Questo è
particolarmente vero quando i guerriglieri combattono degli USA
accecati dal concetto di superpotenza, e da un inestinguibile sete di
profitto, nel Vietnam del 1960 come nell'Iraq di
oggi.
Anzi, se nel Vietnam la
motivazione era di difendere un sistema economico da un avversario
pericoloso, la palude iraqui è fondata sulla pura brama di
profitti energetici. I risultati saranno
ugualmente spiacevoli per gli USA, alla fine saremo forzati a
riconoscere i limiti della forza militare.
L'opzione 1 per
l'Amministrazione Bush è quella di dichiarare la totale,
indiscussa vittoria e far uscire rapidamente le nostre truppe
dall'Iraq; quindi, invadere rapidamente Pago Pago per
distrarre la stampa (una stampa già distratta), e concludere con
una accanita polemica con i Democratici sulla perdita dell'Iraq: un
Iraq che apparentemente avevamo appena vinto.
L'opzione 2 per
l'Amministrazione Bush è quella di dichiarare la totale,
indiscussa vittoria e mantenere le nostre truppe in Iraq (non è
il sangue dei loro figli quello che scorre);
quindi, invadere rapidamente Pago Pago per distrarre la stampa, e
concludere con una accanita polemica con i Democratici sulla perdita
dell'Iraq: un Iraq che apparentemente stiamo vincendo.
Entrambe le opzioni si
riconducono ad un concetto: mollare rapidamente l'Iraq ora, o mollare
l'Iraq più tardi. Siccome lo scopo della guerra in Iraq e della
pace di sangue è il
petrolio, ed il denaro estratto dal petrolio estratto, ritengo che
molleremo più tardi: dopo che le compagnie petrolifere avranno
ingrossato i loro profitti ed i top executives avranno
speculato in borsa l'equivalente dell'intero prodotto mondiale.
Altrimenti, tutti questi americani sarebbero morti per niente.
Nota
sull'autore:
Stewart
Nusbaumer, editore di "Intervention Magazine", ha fatto parte
delle "Guerrilla Recognition Schools" organizzate dell'esercito
USA in Vietnam, El Salvador, frontiera Honduras/Nicaragua, Cambogia,
Libano Meridionale, Filippine, ed altre località che non intende
menzionare.
(da: Intervention Magazine, 01
luglio 2003)
Appello per Tareq Aziz
www.arabmonitor.info
Sono trascorsi due mesi da
quando il Vice Primo ministro iracheno Tareq Aziz è stato
arrestato dalle forze militari di occupazione dell'Iraq.
Da allora, non si è
saputo più nulla di lui, se non che le sue condizioni di salute,
già precarie, si sono ulteriormente aggravate.
Poche settimane fa,
l'Associazione di amicizia franco-irachena ha lanciato un appello per
la sua liberazione. Arabmonitor si fa promotore della richiesta in
Italia, invitando i suoi lettori e tutte
le persone di buona volontà a firmare l'appello per la
liberazione del dirigente iracheno.
L'invasione dell'Iraq
è stato, dal punto di vista del diritto internazionale, un atto
illegale, compiuta senza l'autorizzazione delle Nazioni Unite. Le forze
di occupazione in Iraq hanno
arrestato un gran numero di civili e militari iracheni della cui sorte
non si hanno notizie.
Queste persone non godono
dell'assistenza di un avvocato, non possono incontrare i familiari, non
possono essere visitate dai funzionari della Croce Rossa
internazionale. Sono dei prigionieri di
guerra senza che i loro diritti, sanciti dalle convenzioni
internazionali, vengano rispettati.
Tra loro, c'è anche
il Vice Primo ministro Tareq Aziz.
Data la sua età, 67
anni compiuti, considerando che ha subito negli ultimi anni diversi
interventi chirurgici al cuore e sottolineando che le sue uniche
"colpe" siano state quelle di aver
rappresentato e difeso, come diplomatico apprezzato a livello
internazionale, gli interessi del proprio Paese, e di averlo fatto con
dignità, Arabmonitor ne chiede l'immediata liberazione.
Per firmare
l'appello per la liberazione di Tareq Aziz:
http://www.arabmonitor.info/appello/appello.php
|
ONU
- XX Assemblea Generale (1965):
La XX
Assemblea Generale dell’ONU (1965) dichiara "la legittimità
della lotta da parte dei popoli sotto oppressione coloniale, per
esercitare il loro
diritto all'autodeterminazione e all'indipendenza".
Inoltre, l'Assemblea invita "tutti gli Stati a fornire assistenza
morale e materiale ai movimenti di liberazione nazionale nei territori
coloniali".
ONU
- Risoluzione 1514
"L'Assemblea
Generale dichiara che: la soggezione dei popoli a dominio straniero,
conquista e asservimento costituisce una negazione dei diritti umani
fondamentali,
è contraria alla Carta delle Nazioni Unite ed è un
impedimento alla promozione della pace e della cooperazione mondiali.
Tutti i popoli hanno diritto all'auto-determinazione; in virtù
di tale diritto essi devono liberamente determinare il loro status
politico e liberamente perseguire il loro sviluppo economico,
sociale e culturale".
Convenzione
di Ginevra, Protocollo Addizionale I (1977):
La lotta
armata può essere usata, come ultima risorsa, come mezzo per
esercitare il diritto all'autodeterminazione.
Tribunale
penale internazionale
In base allo Statuto del Tribunale penale
internazionale, sono definiti “crimini di guerra”:
(1) attacchi lanciati
intenzionalmente contro popolazione civili in quanto tali o contro
civili che non prendano direttamente parte alle ostilità;
(4) attacchi lanciati
intenzionalmente nella consapevolezza che gli stessi avranno come
conseguenza la perdita di vite umane tra la popolazione civile, e
lesioni a
civili o danni a proprietà civili ovvero danni diffusi duraturi
e gravi all’ambiente naturale che siano manifestamente eccessivi
rispetto all’insieme dei concreti e diretti i
vantaggi militari previsti.
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