"vinto non è chi cade, ma chi resta dove è caduto"
"defeat is not when we fall;
rather, it is when we stay where we fell"

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بل الفشل أن نبقى حيث سقطنا

  (Jamâl ‘abd en-Nâser )
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ultimo aggiornamento: 15 luglio 2003

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Come interpretano i veri esperti la situazione attuale di occupazione in Iraq? C'è davvero un convincimento totale che la guerra sia vinta? Riportiamo una interessante analisi comparsa negli USA su "Intervention Magazine" a firma di Stewart Nusbaumer, veterano proveniente dalle "Scuole di Riconoscimento delle guerriglia" organizzate dalle forze militari statunitensi. 
Un articolo di grande franchezza e concretezza che spiega, più di ogni comunicato, la vera situazione in Iraq, vista da un "esperto" dell'esercito della potenza occupante.

Truppe USA intrappolate in Iraq

(di Stewart Nusbaumer - traduzione Uruknet)

blindousinfiammeSecondo Rumsfield e Bush, la guerra è finita, e sono rimaste solo alcune sacche di criminali; secondo il veterano USA di guerra che ha scritto questo articolo, la guerra non è finita, ma solo tramutata in una guerra di guerriglia che gli USA perderanno.
 
Sono passati due mesi da quando il presidente Bush ha dichiarato, con grande risonanza e autocelebrazione, la fine delle guerra in Iraq. Da quel momento, almeno 61 soldati USA sono morti e gli attacchi iraqui alle nostre truppe stanno crescendo. Evidentemente, i combattimenti non sono finiti, e qualcuno dice che sono solo all’inizio.

Ma che tipo di combattimenti?

Il New York Times ha scritto che le truppe USA in Iraq stanno affrontando “una campagna organizzata di guerriglia. Invece, alla domanda se i recenti assalitori di truppe USA fossero "guerriglieri", il Segretario alla Difesa Donald Rumsfield, ha risposto: “non credo sia la parola giusta”. La parola usata da Rumsfield era “criminali”. Il problema, secondo Rumsfield, non è di guerriglia, ma di attività criminali.

Noi americani abbiamo assistito a spettacoli di truppe calorosamente accolte come liberatori, gli abbracci, i baci e tutto il resto, a rapidi giri vittoriosi nelle SUV: salvo precipitare in una informazione più corretta e bilanciata, apprendendo che i nostri soldati vengono rabbiosamente uccisi come occupanti.  L’americano-tipo inizia a pensare che questa pace non sia del tutto trasparente.

Il Presidente Bush sbaglia: la guerra non è finita. Il Segretario alla Difesa sbaglia: gli attaccanti non sono “criminali”. E’ invece una guerra di guerriglia. La guerriglia non ha bisogno di una giungla per funzionare, ma solo di spazi dove nascondersi, luoghi da cui far partire gli assalti e dove ritirarsi. L’ambiente urbano può essere ideale, e le caotiche e labirintiche città iraqui certamente lo sono.
 
La fase iniziale di una guerra di guerriglia normalmente include piccoli gruppi di combattenti, proprio come quelli che stanno attaccando e tormentando le truppe USA in Iraq. Eppure, Rumsfield li definisce "criminali" anziché "guerriglieri" proprio per la prevalenza di piccoli gruppi di fuoco. Un piccolo chiarimento, anche per il confuso Rumsfield: i criminali uccidono per denaro, i guerriglieri uccidono per politica. I soldati USA nelle zone di combattimento non trasportano diamanti, né titoli azionari, né fasci di banconote. Gli iraqui uccidono gli americani per riprendersi il loro paese!
 
Guardando la resistenza armata in Iraq, Rumsfield e Bush vedono solo disorganizzazione e azioni scoordinate di bande straccione con scarso know-how militare. Nella realtà, ciò che considerano disorganizzazione ed approssimazione è in realtà un altro tratto della tattica di guerriglia: decentralizzazione.

Nella fase precoce un guerra di guerriglia non è infrequente vedere un coordinamento centrale labile e indefinito, poiché l'infrastruttura di comando rimane sottosviluppata. D'altro canto, la decentralizzazione ha il vantaggio di rendere difficoltosa qualsiasi difesa da imprevedibili azioni di guerriglia, ed un coordinamento limitato protegge efficacemente da una rapida decapitazione dei livelli di comando del movimento.

Se Rumsfield riuscisse a localizzare su una mappa l'Iraq, noterebbe che gli attacchi ai nostri soldati hanno una forte caratteristica tattica della guerriglia: colpire il nemico in un vasto spazio geografico. Ciò obbliga l'occupante ad estendere le linee di rifornimento e ne assottiglia le difese, rendendo le truppe vulnerabili a piccole unità di guerriglieri d'attacco. La Francia potrebbe ben illustrare queste tattiche, ma non sembra che Rumsfield abbia un grande feeling con i francesi...

Infine, l'aumento e la crescente frequenza degli attacchi sta facendo lievitare le nostre perdite, anche in base alle sole cifre ufficiali. Il numero sempre crescente di morti in questo periodo cosiddetto post-bellico di attività criminale sta catturando l'attenzione dell'occhio stupefatto dei media. Anche questa è una tattica di buona guerriglia: portare il sangue delle forze di occupazione nei notiziari della sera e nei titoli dei giornali, per rendere il costo politico della guerra più pesante dei benefici economici delle compagnie petrolifere. Bush dovrebbe consultarsi con il suo collega texano Lyndon Johnson, che ha ben patito questa tattica di guerriglia.

Ed è un vero peccato che Rumsfield e Bush non abbiano fatto il Vietnam, perfetta scuola di preparazione sul riconoscimento delle guerre di guerriglia. C'è poi un'altra cosa che il Vietnam ha insegnato molto bene: riconoscere quando stai affondando velocemente in una palude senza speranza.

Certo non sorprende che gli Stati Uniti debbano affrontare una guerra di guerriglia in Iraq. I tre milioni di noi che hanno fatto scuola in Vietnam (io ero nel contingente del 1967), oltre agli altri milioni che hanno poi analizzato quella sanguinosa sconfitta, sarebbero enormemente sorpresi di non vedere la nostra "vittoria" sfociare in una guerra di guerriglia.

Spezzoni del partito Ba'ath fuorilegge ed ex militari stanno costruendo una guerriglia organizzata, ed anche elementi panarabisti da altri paesi si stanno unendo alle forze irregolari, come è successo anche in Bosnia, Cecenia e Afghanistan. I patrioti iraqui, non tollerando che una potenza straniera gestisca (o cerchi di gestire) il paese, salgono a bordo dell'inarrestabile movimento di opposizione.

A Baghdad la temperatura è intorno ai 38 gradi, ma ancora 4/5 della città sono senza elettricità, o arriva a singhiozzo nel migliore dei casi. I militari USA sono stati efficacissimi nelle operazioni di distruzione della rete, ma nella fase tecnica di riattivazione hanno clamorosamente fallito. Quando il termometro raggiunge queste quote e non ci sono ventilatori, allora addio sonno, addio cibo, addio sopportazione! Tutte cose che spingono milioni di iraqui già oltraggiati a sostenere i guerriglieri.
 
Il quadro sociale e logistico della palude iraqui sta prendendo corpo: i negozianti si convincono a guardare da un'altra parte, le madri nutrono i guerriglieri, gli anziani offrono stanze libere ai clandestini, e giovani abili e fieri chiedono di far parte dei combattenti per la libertà. Alcuni hanno avuto parenti uccisi dagli americani, mentre altri non hanno lavoro, ma molta insoddisfazione verso le truppe USA. Il cemento della resistenza nazionale sta maturando.
 
Escluso Fox News e politici sprovveduti incapaci di riconoscere una guerra di guerriglia, c'é qualcuno veramente sorpreso di scoprire che in Iraq ci sono persone pronte a rischiare le proprie vite per cacciare un occupante straniero? Forse i nazionalisti americani non griderebbero "alle armi" in caso, ad esempio, di una invasione francese degli USA? Dopo esserci liberati di un dittatore alla John Ashcroft, noi americani tollereremmo i soldati francesi a rubarci i nostri vitigni californiani? In letteratura la delusione è interessante da leggere, ma in politica diventa mortale.
 
Questa delusione circa una guerra che ci dicono finita e vinta, con solo piccole sacche di resistenza da parte di criminali che si oppongono alla liberazione che dispensiamo, riconducono il pensiero ad un altro Presidente tronfio ed un altro Segretario alla Difesa confuso. Sia nel corso della nostra spirale negativa in Asia sud-occidentale, che in quella sud-orientale, entrambi insistevano nell'affermare di vedere "una luce in fondo al tunnel". Quella luce risultò essere il bagliore proveniente dalla canna di un fucile, sparato non da un "criminale" vietnamita, ma da un "guerrigliero" vietnamita. E' la stessa luce sbagliata che vedono oggi Rumsfield e Bush, e la stessa guerriglia farà credere alla fantasia dei nostri leaders che abbiamo tutto sotto controllo. 
 
Per sfuggire (con onore, ovviamente) da questa implacabile palude, il governo ha due opzioni.
Perché solo due?
Perché un volta che la guerriglia è avviata con successo, una volta che il meccanismo di supporto alla guerriglia ha stabilito solide basi nella popolazione civile, una volta che i giovani identificano la resistenza con il patriottismo, allora, per usare il colorito linguaggio della Marina, "non puoi ricacciare il maiale nella bottiglia".
 
Questo è particolarmente vero quando i guerriglieri combattono degli USA accecati dal concetto di superpotenza, e da un inestinguibile sete di profitto, nel Vietnam del 1960 come nell'Iraq di oggi.
Anzi, se nel Vietnam la motivazione era di difendere un sistema economico da un avversario pericoloso, la palude iraqui è fondata sulla pura brama di profitti energetici. I risultati saranno ugualmente spiacevoli per gli USA, alla fine saremo forzati a riconoscere i limiti della forza militare.
 
L'opzione 1 per l'Amministrazione Bush è quella di dichiarare la totale, indiscussa vittoria e far uscire rapidamente le nostre truppe dall'Iraq; quindi, invadere rapidamente Pago Pago per distrarre la stampa (una stampa già distratta), e concludere con una accanita polemica con i Democratici sulla perdita dell'Iraq: un Iraq che apparentemente avevamo appena vinto.

L'opzione 2 per l'Amministrazione Bush è quella di dichiarare la totale, indiscussa vittoria e mantenere le nostre truppe in Iraq (non è il sangue dei loro figli quello che scorre); quindi, invadere rapidamente Pago Pago per distrarre la stampa, e concludere con una accanita polemica con i Democratici sulla perdita dell'Iraq: un Iraq che apparentemente stiamo vincendo.

Entrambe le opzioni si riconducono ad un concetto: mollare rapidamente l'Iraq ora, o mollare l'Iraq più tardi. Siccome lo scopo della guerra in Iraq e della pace di sangue è il petrolio, ed il denaro estratto dal petrolio estratto, ritengo che molleremo più tardi: dopo che le compagnie petrolifere avranno ingrossato i loro profitti ed i top executives avranno speculato in borsa l'equivalente dell'intero prodotto mondiale. Altrimenti, tutti questi americani sarebbero morti per niente.

Nota sull'autore:
Stewart Nusbaumer,  editore di "Intervention Magazine", ha fatto parte delle "Guerrilla Recognition Schools" organizzate dell'esercito USA in Vietnam, El Salvador, frontiera Honduras/Nicaragua, Cambogia, Libano Meridionale, Filippine, ed altre località che non intende menzionare.

(da: Intervention Magazine, 01 luglio 2003)




Appello per Tareq Aziz

aziz1 www.arabmonitor.info

Sono trascorsi due mesi da quando il Vice Primo ministro iracheno Tareq Aziz è stato arrestato dalle forze militari di occupazione dell'Iraq.

Da allora, non si è saputo più nulla di lui, se non che le sue condizioni di salute, già precarie, si sono ulteriormente aggravate.

Poche settimane fa, l'Associazione di amicizia franco-irachena ha lanciato un appello per la sua liberazione. Arabmonitor si fa promotore della richiesta in Italia, invitando i suoi lettori e tutte le persone di buona volontà a firmare l'appello per la liberazione del dirigente iracheno.

L'invasione dell'Iraq è stato, dal punto di vista del diritto internazionale, un atto illegale, compiuta senza l'autorizzazione delle Nazioni Unite. Le forze di occupazione in Iraq hanno arrestato un gran numero di civili e militari iracheni della cui sorte non si hanno notizie.

Queste persone non godono dell'assistenza di un avvocato, non possono incontrare i familiari, non possono essere visitate dai funzionari della Croce Rossa internazionale. Sono dei prigionieri di guerra senza che i loro diritti, sanciti dalle convenzioni internazionali, vengano rispettati.

Tra loro, c'è anche il Vice Primo ministro Tareq Aziz.

Data la sua età, 67 anni compiuti, considerando che ha subito negli ultimi anni diversi interventi chirurgici al cuore e sottolineando che le sue uniche "colpe" siano state quelle di aver rappresentato e difeso, come diplomatico apprezzato a livello internazionale, gli interessi del proprio Paese, e di averlo fatto con dignità, Arabmonitor ne chiede l'immediata liberazione.

Per firmare l'appello per la liberazione di Tareq Aziz:
http://www.arabmonitor.info/appello/appello.php

ONU - XX Assemblea Generale (1965)

La XX Assemblea Generale dell’ONU (1965) dichiara "la legittimità della lotta da parte dei popoli sotto oppressione coloniale, per esercitare il loro diritto all'autodeterminazione e all'indipendenza".
Inoltre, l'Assemblea invita "tutti gli Stati a fornire assistenza morale e materiale ai movimenti di liberazione nazionale nei territori coloniali".

ONU - Risoluzione 1514

"L'Assemblea Generale dichiara che: la soggezione dei popoli a dominio straniero, conquista e asservimento costituisce una negazione dei diritti umani fondamentali, è contraria alla Carta delle Nazioni Unite ed è un impedimento alla promozione della pace e della cooperazione mondiali.
Tutti i popoli hanno diritto all'auto-determinazione; in virtù di tale diritto essi devono liberamente determinare il loro status politico e liberamente perseguire il loro sviluppo economico, sociale e culturale".

Convenzione di Ginevra, Protocollo Addizionale I (1977):

La lotta armata può essere usata, come ultima risorsa, come mezzo per esercitare il diritto all'autodeterminazione.

Tribunale penale internazionale

In base allo Statuto del Tribunale penale internazionale, sono definiti “crimini di guerra”:
(1) attacchi lanciati intenzionalmente contro popolazione civili in quanto tali o contro civili che non prendano direttamente parte alle ostilità;
(4) attacchi lanciati intenzionalmente nella consapevolezza che gli stessi avranno come conseguenza la perdita di vite umane tra la popolazione civile, e lesioni a civili o danni a proprietà civili ovvero danni diffusi duraturi e gravi all’ambiente naturale che siano manifestamente eccessivi rispetto all’insieme dei concreti e diretti i vantaggi militari previsti.


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